L’estetica di Tim Burton

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Il presente articolo è tratto dal sito Komix.it, redatto da Dario Guzzelloni e lo trovo un bellissimo pezzo di un amante di Tim Burton e che riesce a spiegare in poche parole la sua estetica, nella quale mi rispecchio fedelmente. Lo posto perchè tutti gli amanti del grande Tim dovrebbero leggerlo per capirlo meglio.

Non si può fare a meno di comprendere cosa significhi animare per Tim Burton senza prima conoscere la sua biografia e tentare di ricostruire il percorso che lo ha portato a elaborare il suo stile visivo e narrativo. Il cortometraggio The Island of Dr. Agor del 1971 (girato in Super8 quando Burton ha solo 13 anni), lo vede protagonista di una storia di annegamento insieme a un grottesco essere per metà umano e per metà animale, il tutto all’interno di uno zoo abbandonato che getta i presupposti di tutta la sua successiva produzione giocata sul registro del grottesco.

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Dopo altri esperimenti semi-adolescenziali, nel 1982 la Disney, presso la quale Burton stava lavorando da alcuni anni come animatore, gli permette di seguire le proprie inclinazioni espressive e di produrre un cortometraggio personale utilizzando una tecnica spesso usata nell’ambito dell’animazione umoristica per bambini o in quello delle creature mostruose o fantastiche nel cinema dal vivo: la stop motion. La cinepresa viene in sostanza utilizzata come una macchina fotografica a scatto singolo, imprimendo fotogramma per fotogramma l’immagine di pupazzi mossi un poco alla volta, in modo da ricreare l’effetto finale di un movimento il più possibile fluido e spontaneo. Nasce così Vincent, un gioiellino di narrazione poetica e visiva in cui un ragazzino immagina di vivere in un mondo grottesco e folle, impersonando un certo attore di nome Vincent Price, finché la madre non lo riporta bruscamente alla realtà. Con questo film lo stile estetico di Burton (un gotico agrodolce) è già pienamente definito, pronto per una lunga e fruttuosa evoluzione che lo porterà, nel corso degli anni, a successi di pubblico e critica quali Beetlejuice (1988), Batman (1989), Edward mani di forbice (1990), Ed Wood (1994), Il mistero di Sleepy Hollow (1999), o il più recente La fabbrica di cioccolato del 2005, tutti film dal vero in cui lo stile visivo e narrativo dell’autore viene consolidato sulla base del suo spirito gotico-visionario degli esordi.

Tuttavia, la produzione animata di Burton non si ferma, e nel 1993 viene proiettato sugli schermi Nightmare Before Christmas, favola cupa e inquietante che ha per protagonista Jack Skellington, scheletrico reuccio canterino della festa di Halloween, affiancato dalla sua innamorata Sally, pupazzo impagliato di foggia femminile. Qui i segni tipici dello stile di Burton vengono espressi nella loro pienezza, e si riassumono in un progetto corale che diventa automaticamente la definizione dei film a pupazzi “alla Tim Burton”.

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Ma è con la sua ultima fatica animata del 2005 che questa definizione acquista lustro e completezza cinematografici mai visti prima, frutto dell’esperienza e delle conquiste accumulate negli anni. Se analizzato alla luce della produzione precedente, Victor, il protagonista de La sposa cadavere, risulta infatti la versione adulta del Vincent del cortometraggio di 23 anni prima: l’insicurezza che caratterizza entrambi è espressa dal viso emaciato e pallido, dagli occhi grandi e timorosi, dal corpo fragile e scheletrico. Un personaggio molto simile anche al giovane Burton del Dr. Agor; il protagonista di oggi è però curato nei minimi dettagli, surreale senza andare mai sopra le righe; insomma, più attore che pupazzo.

La sua sposa-zombie, morta assassinata per poi tornare a muoversi in tutta la sua sensualità e bellezza (vermi e carne putrescente a parte), è di certo sorella della Sally di Nightmare Before Christmas: entrambe si muovono sinuose sullo schermo, ma la sposa perde i tratti somatici grotteschi di Sally e diventa una donna stupenda e passionale, malgrado il suo status di trapassata.

La grande conquista tecnica ed espressiva de La sposa cadavere sono proprio questi pupazzi capaci di muoversi sulla scena come attori consumati; le loro espressioni facciali non sono solamente realistiche, ma addirittura spontanee. E confrontando Victor con Johnny Depp, attore simbolo di Burton, emerge il significato della sua idea di animazione: non conoscendo l’estetica nata in film come Vincent e The Island of Dr. Agor, Victor potrebbe apparirci il semplice feticcio dell’attore hollywoodiano, una replica in silicone di un divo molto amato dal pubblico. È vero invece il contrario: Victor è l’immagine dell’attore simbolo di Burton, estensione animata del suo modo di fare cinema, e dell’attore perfetto di cui Depp (giunto con questa alla quinta collaborazione con il suo amico regista) è soltanto il più compiuto esempio vivente. Con ogni probabilità, dunque, vedremo tornare Vincent/Victor anche in uno dei prossimi film di Tim Burton. Magari proprio con la faccia di Johnny Depp, questa volta in carne e ossa.

Ringrazio il redattore dell’articolo Dario Guzzelloni

5 risposte a “L’estetica di Tim Burton

  1. un articolo ben fatto! che fa capire l’estetica di Tim Burton anche a gente come me che sta cominciando a conoscerlo solo ora! complimenti

  2. Aaahhh…….magari rivedere Depp e Burton nell’ennesima pellicola (anche se dicono che sarà il Cappellaio Matto per Alice in Wonderland,in lavorazione)……..assieme sono perfetti,li amo.
    Rimasi rapita da Burton in Edward mani di forbice,poco più che bambina (e anche dal Depp,lo ammetto heheheh), e ancora adesso non me ne stancherò mai………..grazie per questo articolo.

  3. Concordo pienamente con Albanera. Depp e Burton insieme combinano il panico. Comunque sono le atmosfere e le ambientazioni dei film che contribuiscono molto a far piacere ciò che stiamo guardando e, riguardo la tecnica, beh, l’articolo dice tutto.
    😄

    Credo sia difficile trovare qualcuno che non apprezzi Burton!!

  4. Già ma la cosa più importante dell’estetica, è secondo me l’archetipo:
    dare ad edward (remake palese di frankenstein) la peculiarità delle mani che non possono afferrare, abbracciare la giovane amata, accarezzare il bambino, spogliare la donna nel salone… in questo c’è il vero dramma di Edward, la paura di toccare!! (mitico Burton!) differenza che stravolge il romanzo da cui ispirato e ne fà un nuovo racconto. e che dire Benjamin Barker!!! alias Sweeney Todd!!! “Finalmente!! Il mio braccio è nuovamente completo!!!”
    Quanta importanza ancora una volta affidata a delle protesi, prolungamenti artificiali dell’uomo indispensabili al consumarsi del dramma del personaggio… Miss Lovett innamorata di un uomo roso dalla collera finisce trascinata anch’essa nel cieco dolore del barbiere così come l’innocente Toby giustiziere dello spietato (addolorato) Todd nel finale macchia per sempre la sua innocenza.
    L’amore che si trasforma in candida neve (commovente) in Edward sotto il cui manto dorme in morte apparente il grande amore dei protagonisti si trasforma in vendetta In Sweeney Todd, vendetta che distruggerà tutti i sogni del vendicatore che accecato dalla collera non sarà in grado di riconoscere sua moglie se non quando la morte giunta per mezzo del suo “braccio” le avrà ormai impallidito il viso liberandolo dalle cicatrici del dolore covato per 15 anni nell’attesa disperata di veder tornare il suo Benjamin…
    Ci vorrebbero 1000 Burton!!!!

  5. ..il mio sogno è da sempre “DOVER STUDIARE” personaggi del genere!
    Burton è un maestro da cui imparare tanto (ed è assodato), secondo me + per le atmosfere di inquietudine e mistero che riesce a creare che per l’animazione in sè. c’è riuscito nella fabbrica di cioccolato che di “zombie” non ha niente, è qui che ho visto il Genio e mi sono innamorata della coppia. (oddio..in realtà di depp gia ne ero persa in “chocolat” e “arizona dream”)

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