Peter Greenaway

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Un regista che ha segnato la storia recente del cinema è senz’ altro Peter Greenaway che è considerato come uno dei più significativi cineasti della cinematografia britannica contemporanea, occupando di diritto un posto centrale nel dibattito sul cinema d’autore.

Figlio di un impresario edile e ornitologo dilettante, e di una insegnante, Peter John Greenaway nasce a Newport, in Gran Bretagna, il 5 aprile del 1942, trascorre la sua infanzia tra Londra e l’Essex, a contatto con la natura. A dodici anni, dopo aver deciso di diventare un pittore, Peter si iscrive al Walthamstow College of Art. Inizia a interessarsi all’arte cinematografica a sedici anni, dopo aver visto al cimema il film di Ingmar Bergman Il settimo sigillo.
Nel 1962, Greenaway realizza il suo primo cortometraggio: Death of Sentiment. Dopo aver tentato, senza riuscirvi di iscriversi alla scuola di cinema del Royal College of Art, torna alla pittura e nel 1964 espone per la prima volta i suoi lavori nella mostra ‘Ejzen’tejn at Winter Palace’, allestita alla Lord’s Gallery. Nello stesso periodo, inizia anche a scrivere i suoi primi romanzi, ispirandosi in particolare a Borges e a Italo Calvino. Nel 1965, dopo una breve parentesi come critico cinematografico, inizia a lavorare come montatore al Central Office of Information, un organismo governativo dove rimarrà per circa dieci anni, partecipando alla realizzazione di una ottantina di documentari, tra cui I am going to be an architect e Legend of birds. Sempre in questi anni Greenaway si dedica all’illustrazione di libri e alla scrittura di ben 18 romanzi, per i quali però non troverà un editore.
Utilizzando la struttura e i mezzi del Central Office of Information, Greenaway realizza alcuni cortometraggi come Treno (1966), un balletto meccanico dell’ultimo treno a vapore entrato nella stazione di Waterloo, Tree (1966), che mostra un albero rinsecchito circondato dal cemento all’esterno della Royal Festival Hall, e Windows (1975) che offre viste di paesaggi inglesi filmati attraverso varie finestre. Nel 1978, il British Film Institute produce il cortometraggio Un viaggio attraverso H (La reincarnazione di un ornitologo), che conquista il premio Hugo al Festival di Chicago. Due anni dopo, raccogliendo diversi lavori pittorici realizzati in varie occasioni e componendo 92 situazioni secondo il sistema della musica aleatoria di John Cage e dello spirito accumulatorio di una enciclopedia, Greenaway riesce a produrre il suo primo lungometraggio: Le cadute (1980), vincitore del premio del British Film Institute e dell’Age d’or a Bruxelles.

« Penso che nessun giovane cineasta agli inizi dovrebbe avere il permesso di usare una macchina da presa o una videocamera senza avere prima frequentato tre anni di una scuola d’arte. »
(Peter Greenaway)

Come si deriva dalla sua formazione di pittore, il principale interesse di Greenaway riguarda l’ arte figurativa e la pittura in particolare. I suoi film sono caratterizzati da un forte impatto visivo e da tematiche estreme come il sesso e la morte. L’arte stessa, come mezzo per interpretare la realtà, è spesso un soggetto portante dei suoi lavori. Da questo deriva la sua concezione del cinema come un tipo di arte figurativa, ne ricerca le fonti e i riferimenti culturali nella storia dell’ arte e nella storia dell’ iconografia in generale. La sua attenzione, e il suo maggior interesse si concentrano sulla pittura barocca e sul manierismo; Greenaway ritiene infatti il barocco come molto affine alla nostra epoca, che considera vuota di ideali propri, ma capace di rielaborare in una maniera eccessiva i risultati delle epoche precedenti. Ama in particolare le opere di alcuni artisti, come il Tiepolo, il Bronzino e Veronese
L’interesse di Greenaway per la pittura si concretizza nel suo linguaggio cinematografico, a partire dalle singole inquadrature dei suoi film. Queste sono realizzate come opere pittoriche, sia che si tratti di scenografie semplici e spoglie o al contrario che siano ridondanti e barocche. Sempre Greenaway parte a considerare le inquadrature dei suoi film come se fossero dei campi chiusi (dalla cornice dello schermo cinematografico), e vi lavora finché non sono completamente risolte da un punto di vista della composizione e di ogni piccolo dettaglio. Una volta definite e concluse in maniera statica, le inquadrature possono diventare parte della sequenza filmica. L’estrema ricchezza di particolari delle scene di Greenaway, viene poi sottolinata dal particolare montaggio dei film. La generale staticità delle inquadrature, l’utilizzo dello zoom, di movimenti di camera lenti, soprattutto lungo direzioni ortogonali alla macchina, la presenza delle tecniche del piano sequenza e della carrellata, usati per lunghe sequenze temporali, servono a focalizzare l’attenzione dello spettatore sulla complessità della costruzione scenica, sui dettagli e sul loro significato simbolico.
Una caratteristica evidente nei film di Greenaway è la scarsa attenzione destinata all’intreccio della trama, che sembra invece relegata a un aspetto secondario. In realtà, le trame dei suoi film rispondono a una diversa concezione del racconto. Una delle critiche maggiori di Greenaway riguarda la narrazione tradizionale applicata alle sceneggiature dei film; quel tipo di narrazione che ha un inizio, uno sviluppo che coinvolge l’azione dei protagonisti, un colpo di scena e un finale conseguente. Le Storie del regista gallese si strutturano invece partendo da schemi diversi. Basa i suoi racconti su dei sistemi di segni, che usa poi come filo conduttore delle trame. Questi sistemi di segni sono vari, e nel corso degli anni Greenaway ne ha sviluppali diversi, partendo ad esempio dalla numerologia, o dalle lettere dell’alfabeto, o dai colori. In Lo zoo di Venere, per citare un caso, sono le lettere dell’alfabeto a sostenere la struttura profonda della trama.
Riassumendo, l’obiettivo del regista non è quello di impressionare o emozionare lo spettatore con l’inteccio narrativo o con la spettacolarità dei suoi film, quanto quello di privilegiarne l’impatto visivo. Il suo desiderio è quello di immergere lo spettatore dentro il suo universo simbolico di forme, di sommergerlo con una serie infinita di dettagli e indizi, disseminati lungo tutte le sue inquadrature, di modo che da ogni particolare sia possibile derivare sempre nuove aperture e suggestioni.
Greenaway insiste da sempre sul concetto di sperimentazione in campo cinematografico, e sul tentativo di superare quelli che sono per lui i principali limiti del cinema tradizionale, e cioè la trama narrativa, gli attori, la cornice e la macchina da presa. Il ricorso alla tecnologia digitale, anche derivata da altri media, è vista dal regista come una grande opportunità per approdare a un genere di opera cinematografica non vincolata a un solo punto di vista, ma fruibile in maniera multidimensionale.

I suoi film più importanti sono:

I misteri del giardino di Compton House (1982), Lo zoo di Venere (1985), Il ventre dell’architetto (1987), Giochi nell’acqua (1988), Il cuoco, il ladro, sua moglie e l’amante (1989), L’ultima tempesta (1991), I racconti del cuscino (1996), Nightwatching (2007)

Importantissima anche la sua installazione multimediale realizzata a Milano per “L’ultima cena di Leonardo”.

Lo zoo di venere

Nightwatching

I misteri dei giardini di Compton House

L’ultima cena, installazione a Milano