Concetti base di tecniche di ripresa

Inquadrature e movimenti di macchina

Le videocamere sono progettate per catturare il movimento, non per crearlo: se volete fare delle buone riprese consiglio l’utilizzo di un cavalletto, può essere un treppiede, micro-treppiede o monopiede, decidete voi. Altrimenti… la telecamera si tiene con due mani. Lo stabilizzatore d’immagine è uno strumento eccezionale, ma elimina solo le vibrazioni più rapide … ‘ i miracoli non sono ancora stati implementati’. Quindi, ricordate, con due mani, e magari appoggiatevi col sedere su un muro, un albero o una macchina (ferma).

Fate inquadrature fisse, all’interno delle quali si muovano i soggetti. Per cambiare angolo spostatevi e fate una nuova inquadratura fissa. Avete visto “Ricomincio da tre” di Troisi? Nella prima parte ci sono solo quadri fissi, la cinepresa era letteralmente inchiodata.

Lo zoom è di fatto un movimento, si chiama anche carrellata perché nel cinema vero a volte la telecamera è posta sopra un carrello su binari. Non abusatene, non continuate a zoomare avanti e indietro, cercate di non riprendere camminando o correndo, a meno che non sia un effetto voluto. Se dovete muovere l’inquadratura riprendete qualche secondo “fermo” all’inizio ed alla fine del movimento, carrellate due volte più lenti di quello che avevate pensato di fare e in una sola direzione. Cercate di non usare lo zoom digitale, dato che con esso diminuisce la definizione dell’immagine. Lo zoom dovreste usarlo prima di riprendere, per scegliere la giusta focale.

Fondamentale è anche l’altezza da cui riprendete le scene. Fate riprese adeguate all’altezza del soggetto, come bambini, animali, adulti sdraiati o seduti. Se starete in piedi riprendendo i bambini la visione sarà distorta, specie in grandangolo: appariranno con un testone e piedi più piccoli del normale. Potete “trasgredire” questa regola, se volete trasmettere un preciso messaggio. In un vecchio sceneggiato televisivo, “Venti di Guerra”, l’altezza della cinepresa era normale durante la storia d’amore, mentre quando entravano i soggetti legati agli eventi storici (generali, capi di governo) la ripresa era fatta dal basso, per mettere lo spettatore nella situazione di assistere in una sorta di soggezione nei confronti di queste figure, aumentando la drammaticità delle scene. Provate a fare riprese stando addirittura più bassi dei vostri bambini: i loro movimenti sembreranno acquistare importanza.

Estendiamo le nozioni di ripresa a come inquadrare il soggetto che stiamo riprendendo, usando un concetto valido anche in fortografia. Dovete immaginare di dividere il vostro mirino con due linee verticali e due orizzontali, ugualmente spaziate. In pratica otterrete 9 cellette: lo spettatore pone l’attenzione maggiore sui 4 punti d’intersezione delle linee, se in corrispondenza di essi c’è il soggetto (o due soggetti, magari non allineati) l’inquadratura ne beneficerà. Per lo stesso motivo mettete l’orizzonte ad 1/3 o 2/3 dell’inquadratura, non dividete il fotogramma a metà in un panorama.Con riprese fisse avete tempo per inquadrare correttamente, ma se siete in movimento è più complicato, conviene seguire una regola più semplice, ma con criticità più elevata, se non rispettata: l’aria. Se il soggetto in primo piano guarda verso sinistra dovete lasciare spazio (aria) a sinistra dell’inquadratura, analogamente per la destra, per basso-sinistra e così via. A maggior ragione applicate questa regola se lo state seguendo mentre lui cammina. Lo spettatore deve vedere lo spazio che a breve il soggetto raggiungerà, viceversa se “il camminatore” è al centro dell’inquadratura o addirittura nello stesso lato verso cui si dirige, si pone lo spettatore nell’attesa che un altro entri in campo alle sue spalle.

Pianificate il vostro video. Registrate da varie angolature, registrate 5 secondi prima e dopo quello che v’interessa, in modo da aiutare la fase di editing (specie per le dissolvenze). Ricordatevi di fare delle inquadrature di stacco: in seguito, nel montaggio, potrete rendere familiare anche al pubblico la nuova situazione.

Nascondete ogni cosa che abbruttisca l’immagine, soprattutto nei primi piani e mezzibusti. Un primo piano con uno stipite o un tubo di grondaia che parte dalla testa è odioso, quindi attenzione allo sfondo, non concentratevi solo sul soggetto. Preoccupatevi anche dei bordi della ripresa, controllate se state tagliando in maniera corretta o se l’inquadratura è storta rispetto a pali, muri e cose simili. Io dopo anni riesco a notare molte cose che danno fastidio all’immagine solo guardando nel mirino, vi consiglio di farlo sempre.Se non disponete di un monitor a libretto sul fianco della telecamera, oppure se lo tenete spento perché consuma troppa batteria, quando guardate attraverso il mirino con un occhio, tenete l’altro aperto, per avere sempre la possibilità di accorgervi del mondo intorno (specialmente quando siete in zoom spinto). Questo trucchetto, oltre a non farvi perdere scene improvvise, vi aiuta quando dovete muovervi da un soggetto ad un altro. Immaginate di riprendere Paolo che parla con Marco, fuori campo: se volete carrellare sul secondo, l’occhio aperto fuori mirino vi può aiutare a raggiungere il suo volto senza penose ed affannose ricerche.Se possibile non mettete la data quando riprendete, altrimenti avrete spezzoni che non potrete spostare o che smentiranno la narrazione dopo il montaggio. Evitate anche di usare filtri e titoli della videocamera, potrete aggiungerne in seguito con un programma di montaggio, di qualità migliore.

Se la videocamera vi dà possibilità di scelta, registrate sempre in modalità lenta (SP) per avere una migliore qualità.Alcuni preregistrano in nero le cassette (tenendo l’obiettivo chiuso) in modo da non avere mai punti morti nel nastro che danno problemi in fase di acquisizione.Controllate il suono, usate un microfono esterno, se possibile, e coprite il microfono in caso di vento. Il microfono esterno in genere è a filo, esistono però in commercio anche dei radiomicrofoni, il loro nome esatto è Lavalier e li avrete visti innumerevoli volte nelle trasmissioni televisive. Si tratta di quel microfonino attaccato al vestito, collegato ad un trasmettitore che viene nascosto dietro o dentro una tasca del personaggio di turno. La caratteristica fondamentale è che sono microfoni unidirezionali (poco sensibili) e quindi esattamente l’opposto di quello ipersensibile ed ommni-direzionale presente sulla telecamera. Questo gli permette di captare molto bene i segnali vicini (la voce) e molto poco quelli ambientali, indesiderati.

Provate ad usare un paraluce, e non dimenticate di togliere il copriobiettivo…

La Luce

Elemento fondamentale: nessun trattamento di post-produzione può rimediare una ripresa fatta con luce inadatta.

E’ una radiazione elettromagnetica simile a quella che noi riceviamo tramite antenna sul nostro impianto TV, ma con una frequenza più alta. La luce è uno spettro (una banda misurata in nanometri) di frequenze a cui l’occhio è sensibile, che parte dal rosso ed arriva al violetto. Per frequenze più basse (infrarossi) l’occhio non si accorge di nulla, ma alcune telecamere hanno la possibilità di spostare la sensibilità del proprio CCD su questa banda, tipicamente per riprese notturne. In piena notte si riesce a vedere perchè tutti i corpi (a seconda della loro temperatura e tipologia) emettono calore e quindi radiazioni di luce infrarossa e per questo non necessitano di altra fonte di illuminazione.Anche per frequenze più alte (ultravioletti) l’occhio non si accorge di nulla (ma la pelle sì, infatti si abbronza). Il CCD e soprattutto la pellicola sono sensibili agli UV, questo è il motivo per cui riprese fatte al mare o in montagna possono creare problemi. Gli ultravioletti si trovano soprattutto in montagna, dove c’è meno spessore d’aria a filtrarli, e portano una dominante azzurrognola nelle riprese. Solitamente vengono eliminati o per lo meno ridotti con un Filtro UV, se utilizziamo pellicola in bianco e nero, oppure con lo SkyLight, se si utilizzano dispositivi sensibili al colore (ma in realtà lo Skylight va bene anche per il BN).

Se “mischiamo” assieme più componenti di luce (a frequenza diversa) otteniamo diverse sfumature di colore, se utilizziamo le componenti di tutte le frequenze che vanno dal rosso al violetto otteniamo il bianco. Fortunatamente bastano solo due o tre colori particolari (detti fondamentali) per riprodurre il bianco, proprio come accade nei televisori o nelle pellicole. Utilizzando Rosso, Verde e Blu (RGB) riusciamo a coprire abbastanza bene tutte le sfumature possibili. Se i valori per le tre componenti sono tutti uguali si ottengono le sfumature di grigio.

Questa introduzione era necessaria perchè dobbiamo parlare del problema del bilanciamento del bianco, oggi automatico, ma non senza rischi.

Il nostro occhio fa un bilanciamento del bianco talmente efficiente da non farci accorgere delle differenze se non accostando due bianchi tra loro. Anni fa un mio amico comprò uno dei primi PC con schermo a fosfori verdi e passammo tutto il pomeriggio su quel monitor attratti dalla novità: quando me ne andai, montando sul mio mitico “vespone” bianco, notai sulla carrozzeria degli strani riflessi rosa. Il mio occhio era ancora in “compensazione” del verde, cioè il suo bilanciamento del bianco tardava a ritararsi!La luce che a noi sembra sempre bianca (per via della compensazione del nostro cervello) in realtà è più giallo/rossa se proviene da una lampadina ad incandescenza, più verso il blu se proviene dalla luce del sole. In gergo tecnico i due “tipi” di luce vengono definiti luce calda e luce fredda, questa differenza si chiama “temperatura colore” perché è riferita alla temperatura in gradi kelvin di un corpo nero (cioè che non riflette luce) scaldato in modo da diventare incandescente. A seconda della temperatura la sua colorazione cambia, passando dal rossiccio ad un bianco tendente al blu.

In generale il bilanciamento del bianco automatico assolve pienamente le sue funzioni, ma occorre seguire delle regole base. Ad esempio è sconsigliabile usare fonti di luce con temperatura colore troppo diversa, come la luce di lampadine e la luce proveniente da una finestra. Durante le riprese infatti il bilanciamento del bianco della telecamera non riesce a cambiare rapidamente e così assistiamo a fastidiose variazioni di dominanti cromatiche.

Il bilanciamento si ottiene manualmente riprendendo un foglio bianco e premendo l’apposito bottone di taratura: la telecamera userà questo bianco come riferimento e tutti gli altri colori verranno registrati rispetto ad esso. Se la fonte di luce ha già una dominante cromatica gli oggetti conterranno la stessa dominante di colore, anche se non sarà evidenziata per tutti allo stesso modo. Come le lampadine hanno tipicamente la luce più rossiccia, cioè una temperatura di colore più bassa, anche un tramonto (ma per ragioni diverse) ha una dominante rossa rispetto alla temperature di una giornata assolata. Possono essere dovute anche ad altro, ad esempio in un bosco ci si può aspettare una dominante verde a causa del riflesso delle foglie. Comunque non sempre sono dannose, riprendere dei soggetti con una “calda” dominante rossa durante un tramonto potrebbe portare a riprese molto accattivanti. Questo è un caso in cui bilanciare manualmente potrebbe servire allo scopo.

Il concetto secondo cui le migliori riprese si fanno in pieno sole è un luogo comune: in realtà un cielo nuvoloso garantisce un’illuminazione “morbida”, cioè con pochi contrasti in cui le ombre assenti (o quasi) non disturbano le vostre riprese. I colori sono meno brillanti rispetto a quelli in piena luce del sole, ma non sono necessariamente inferiori a livello qualitativo. I due “tipi” di luce vengono definiti luce dura e luce morbida.

Terminiamo il discorso parlando delle posizioni di luce, soggetto e telecamera, dando delle semplici regole che possono venire infrante per esigenze personali, a patto di sapere cosa si sta facendo. In generale il soggetto può essere illuminato da diverse angolazioni, anche se ci sono sei direzioni principali:

Luce frontale: la luce si trova dietro la telecamera e va dritta in faccia al soggetto. Il risultato è spesso poco soddisfacente perché l’inquadratura sembra piatta, cioè si perde in profondità. In più se si stanno riprendendo delle persone i loro occhi sono socchiusi per via della luce che li colpisce;

Luce dall’alto: tipicamente il sole di mezzogiorno. Anche in questo caso l’immagine sembra piatta e le ombre sono corte e scure. Adatta per forme geometriche se desiderate effetti particolari, non molto per le persone a causa dell’evidente aumento delle occhiaie e dell’ombra sul mento;

Luce dal basso: usata per creare effetti drammatici, specie nelle riprese di persone;

Luce laterale: permette di evidenziare superfici ruvide con piccoli particolari. Il livello di profondità è elevato, ma per i ritratti è preferibile una luce meno tagliata, le ombre in questo caso sono troppo marcate;

Luce laterale/frontale: a circa 45°. E’ un ottimo compromesso tra i due tipi sopra descritti, dato che mantiene un forte senso di profondità, ma con ombre meno evidenti, specie se è possibile porre un’altra fonte di luce (o un pannello riflettente bianco, o ancora meglio dorato se la ripresa deve avere toni caldi) dalla parte opposta, che le attenui. Per i ritratti è l’ideale nelle più comuni situazioni;

Controluce: si usa per effetti particolari e serve per evidenziare i contorni del soggetto ripreso.

CCD, Diaframma, Shutter, Gain, Filtri

La tecnologia ha raggiunto un livello elevato, anche se il nostro “occhio” è ancora insuperabile (la natura ha avuto a disposizione qualche milione di anni per perfezionarlo, mentre Sony, Jvc e soci solo qualche decina d’anni). In effetti l’occhio è velocissimo nel mettere a fuoco, si adatta rapidamente alla “temperatura colore”, il diaframma è preciso e lo spostamento rapido. Ha l’autofocus, sa sempre cosa mettere a fuoco quando guardiamo più cose che si trovano a distanze diverse. Purtroppo il mio “autofocus” non funziona a dovere, è sempre “fuorifocus”: mi hanno detto che il difetto ha un nome specifico, si chiama miopia, quindi nel mio caso la Sony funziona meglio…

Quando ho cercato un modello di telecamera adatto a me, che sono un maniaco del manuale, l’input era: meno giochetti (effetti speciali, elaborazioni varie, titoli, ecc.) e più possibilità di agire sull’inquadratura (fuoco manuale, regolazioni personalizzate di diaframma, shutter, amplificatore del CCD). Perchè?Immaginate il classico matrimonio, con la nostra telecamera su cavalletto e tutto il tempo disponibile per agire in manuale. Ma “Lei” non fa tutto in automatico? Sì, ma voi sapete cosa volete che sia a fuoco e cosa no. “Lei” invece è in ogni istante alla ricerca affannosa del fuoco e talvolta crede che lo sfondo sia più importante della sposa. Vi è mai successo, riprendendo in primo piano, che il fuoco si perda per poi tornare? Il motivo è l’autofocus.I primi funzionavano in questo modo: un rivelatore ad ultrasuoni o infrarossi determinava la distanza tra telecamera e soggetto, mandando impulsi e misurando in quanto tempo tornavano indietro, poi, tramite una look table (una tabella che in base alla distanza stabilisce quanto devi muovere la ghiera del fuoco) un motorino sistemava il tutto (o quasi). Il sistema, a dire il vero, faceva un po’ di confusione con i vetri e gli specchi.Oggi il CCD analizza la messa a fuoco affinché si raggiunga il massimo contrasto (differenza d’intensità tra un pixel e l’altro dell’elemento sensibile). Se riprendiamo nuvole o elementi poco illuminati fa fatica, ma in generale funziona. Purtroppo un problema resta sempre: cosa fare se l’inquadratura raccoglie elementi posti a distanze diverse? Possibili soluzioni sono:

  • prediligo che i soggetti al centro siano a fuoco;
  • prediligo l’oggetto più grosso come area relativa davanti all’obiettivo.

Quindi… andate in manuale! Per mettere a fuoco dovete portare tutto l’obiettivo in zoom (dove il fuoco è più sensibile, cioè ha meno profondità di campo) e poi mettere nella corretta focale. Questo modo di operare garantisce più precisione, ma soprattutto, se andate in zoom, che la ripresa non perda mai il fuoco. Stesso discorso per le macchine fotografiche autofocus, anche se certe compatte utilizzano ancora gli infrarossi, e da qui il problema di fare foto attraverso un vetro. Per l’occhio è trasparente, per gli infrarossi no.Quello che ho descritto si chiama fuoco selettivo ed è molto utile se legato alla possibilità di regolare il diaframma e quindi la profondità di campo, cioè l’area a fuoco davanti e dietro al soggetto da noi scelto. Questa varia a seconda delle dimensioni del nostro diaframma (più è chiuso, più la fa aumentare) ed anche in proporzione alla lunghezza focale dell’ottica. Più spinto sarà lo zoom minore sarà la profondità di campo. Il fuoco selettivo dà il suo massimo se utilizzato assieme ad una ripresa con zoom spinto, anche perché un teleobiettivo tende a schiacciare i vari piani rendendo l’effetto ancora più spettacolare.

Io, amante nel complicarmi la vita, talvolta vado in manuale anche sulla regolazione di luce, shutter e amplificatore CCD (gain).

La luce che raggiunge il CCD della nostra telecamera (o la pellicola della nostra fotocamera, o la retina del nostro occhio) non sarebbe quasi mai quella giusta in mancanza di un oggettino, il diaframma, che chiudendosi restringe il “buco” dove passa la luce, cercando di mantenerla il più possibile costante sul dispositivo CCD (pellicola, retina). Se non esistesse questo controllo il CCD saturerebbe o non riuscirebbe più a distinguere gli oggetti ripresi, perché poco o troppo illuminati.Piccolo esempio pratico: l’oculista per controllare il fondo dell’occhio vi mette un certo liquido (atropina) per mantenere la pupilla (il diaframma dell’occhio) dilatata. Quando tornate all’aria aperta la luce vi dà fastidio (sempre se c’è il sole) o addirittura provoca dolore, questo perché il CCD dell’occhio (la retina) si satura.

Solo per i curiosi: Il CCD è una matrice di elementi fotosensibili che forniscono ciascuno una tensione proporzionale alla luce assorbita. Questa linearità si perde quando, superata una certa soglia, più luce non porta ad un proporzionale aumento della tensione, cioè il CCD satura e tutti gli oggetti risultano similmente illuminati (in media si vede tutto bianco); analogamente, in condizioni di scarsa illuminazione, esiste una soglia inferiore in cui il CCD non ha un comportamento lineare. La saturazione e la soglia si hanno anche per la pellicola fotografica, in cui prende il nome di latitudine di posa, e per la retina. Il discorso per la pellicola è un po’ diverso: a livello di troppa luce si comporta a grandi linee come il CCD, quando invece la luce è poca si utilizzano tempi lunghi, ma comunque oltre una certa soglia la linearità non c’è (fattore di reciprocità della pellicola). La latitudine di posa è il numero con cui viene indicata la capacità della pellicola di riprodurre fedelmente l’immagine in condizioni di sovra o sottoesposizione, varia da marca a marca, ma si aggira circa sui 5 stop. In questo caso Panasonic e soci battono la natura, perché il diaframma dell’occhio secondo me è un po’ più scarso in velocità e in adattamento a nuove situazioni di ripresa, però forse ha un intervallo più ampio tra chiusura minima e apertura massima.

Riprendiamo: oltre al diaframma la tecnologia si è inventata anche il tempo di otturazione (per le fotocamere) e lo shutter (per le telecamere), che rappresenta il tempo in cui la luce colpisce il CCD o la pellicola. Più è rapido meno luce entra, chiaro no? Con una giusta scelta di diaframma e shutter la quantità di luce che arriva sul CCD è corretta, a meno non che siamo in condizioni estreme.Domanda: il risultato è lo stesso se scelgo, a parità di luce, un diaframma più aperto ed uno shutter (tempo di esposizione) più rapido, oppure diaframma più chiuso e uno shutter più lento? Risposta: per avere un’esposizione corretta la quantità di luce che raggiunge l’elemento sensibile deve essere sempre costante e questo si ottiene regolando la coppia tempo-diaframma. Ma allora cosa cambia, mantendo la luce fissa?Più si chiude il diaframma più aumenta la profondità di campo, cioè gli eventuali oggetti che nell’inquadratura si trovano davanti o dietro il soggetto principale risultano sempre più a fuoco. Non è sempre un vantaggio, in quanto un primo piano con il fondo fuori fuoco dà maggiore risalto al soggetto e maggire qualità all’inquadratura. Un innegabile vantaggio del diaframma chiuso è però legato al fatto che, essendo aumentata la profondità di campo, il fuoco è meno critico avendo un range possibile più ampio.Per lo shutter (o l’otturatore) tempi rapidi danno i singoli fotogrammi (frame) più definiti, in quanto diminuisce l’effetto mosso. Con le telecamere più datate lo shutter è fisso ad 1/50 di secondo e facendo panoramiche si nota la perdita di definizione (come se fosse sfuocata, mentre in realtà è l’effetto mosso di ciascun frame). In generale quindi sono preferibili shutter rapidi per congelare i singoli frame, a meno che si non cerchino effetti particolari o serva un diaframma più chiuso.

Per terminare questo argomento parliamo del gain, un amplificatore collegato sul CCD che ne aumenta la sensibilità in condizioni di luce molto scarsa. Purtroppo non sono tutte rose e fiori perché un amplificatore aumenta anche il rumore (chiamiamoli i disturbi di fondo) e quindi la ripresa appare puntinata (simile ad un “effetto neve”). Questo suggerisce che usare illuminatori durante le riprese non fa mai male. In condizioni di luce normale (diurna sufficientemente illuminata) il gain viene lasciato a 0 db, ma io preferisco tenerlo sempre spento, perché il suo intervento peggiora la qualità della ripresa.Per chi non ha la possibilità di intervenire manualmente su questo dispositivo la soluzione è semplice: usare un illuminatore, in modo da mettere la propria telecamera in condizioni di non usarlo. Anche se scomodo permette di fare un salto di qualità alle vostre riprese e non solo, permette anche una maggiore precisione e rapidità della messa a fuoco.Spesso sento persone che discutono sulla sensibilità della propria telecamera, con sensibilità fino a 10 o 20 lux. Questi limiti di luce corrispondono alla luce di una candela, più o meno, e sono intesi come il livello sotto il quale non si riesce più a vedere, ma anche 10 volte sopra questi livelli la ripresa ha senso solo se state riprendendo immagini irripetibili e non avete altre possibilità.

Come per l’autofocus, l’intervento manuale sul Gain è importante nei casi in cui la luce ambiente è distribuita in maniera tale da prendere in giro l’esposimetro della vostra telecamera. Analogamente a quando state filmando soggetti che si trovano su piani diversi e l’autofocus non sa cosa mettere a fuoco e cosa no, quando abbiamo una scena differentemente illuminata l’esposimetro ha due possibilità:

  • fare una media (è il caso più comune);
  • avere una maggiore sensibilità verso il centro dell’inquadratura o essere calibrato diversamente per i vari punti dell’inquadratura (esposizione a zone, presente solo nelle fotocamere).

In ogni caso si avranno, nella stessa inquadratura, oggetti perfettamente illuminati (e quindi correttamente riprodotti), oggetti sottoesposti (troppo scuri) o sovraesposti (troppo chiari). E’ il caso della ripresa di un paesaggio, con il cielo azzurro che diventa bianco slavato.Anche in quadri illuminati uniformemente la presenza di troppi oggetti bianchi o molto chiari fa credere all’esposimetro che ci sia molta più luce di quella reale, di conseguenza il diaframma viene chiuso più del dovuto e l’immagine risulta sottoesposta. Una situazione classica nelle riprese in montagna, con la neve che non appare bianca e gli sciatori scurissimi. Un semplice accorgimento, quando possibile, è di utilizzare l’inquadratura in modo che la parte più luminosa dell’immagine, nella fattispecie la neve, risulti solo in minima parte.

Nel caso di riprese in controluce ci sono almeno tre possibilità:

  • Inquadratura (ad esempio un tramonto) con soggetti che passano davanti alla telecamera. Se vogliamo che i soggetti appaiano “neri” e venga messa in risalto solo la silhouette, dovremo sottoesporre (chiudere leggermente il diaframma di 1 o 2 stop);
  • Non interessano i particolari dietro al soggetto in primo piano. Dovremo aprire il diaframma per esporre correttamente il soggetto, trascurando lo sfondo, ma i risultati saranno piuttosto scarsi;
  • Stessa situazione, ma utilizzando un illuminatore che rischiari il soggetto. E’ la soluzione più corretta, in quanto possiamo mantenere l’esposizione giusta sia per il primo piano che per lo sfondo.

Nota: Gli stop sono le posizioni permesse dal diaframma, che nelle macchine fotografiche manuali è comandato da una ghiera (anello) posta sull’obiettivo. In sostanza il diaframma si sposta a scatti e ad ogni posizione corrisponde un valore prefissato (1.4, 2.8, 5.6, ecc.).

Tutte (o quasi) la telecamere hanno almeno un bottoncino, il backlight, che permette di controllare un po’ il diaframma. Agisce aprendo il diaframma per compensare l’effetto del controluce o di troppa neve, ed in alcuni casi può correggere il diaframma impostato in automatico sia in un verso che nell’altro.La soluzione più semplice è l’utilizzo di un filtro polarizzatore (di tipo circolare, altrimenti perdiamo la messa a fuoco) oppure di un filtro digradante, mezzo trasparente e mezzo grigio neutro, che attenui 2 o 3 stop. Per le fotocamere, non avendo la possibilità di regolare l’esposizione in manuale, la soluzione è diminuire la sensibilità della pellicola (ISO).

Prendete la telecamera, controllate se davanti all’obiettivo c’è la possibilità di avvitare qualcosa (se ci sono un paio di “giri filettati”), in caso affermativo i filtri vanno sistemati lì, magari con un anello adattatore se hanno un diametro maggiore. Altrimenti si può tenere il filtro davanti all’obiettivo, con la mano, cosa molto usata in fotografia per un veloce cambio filtro soprattutto utilizzando il filtri della Cokin. Filtri importanti? Un digradante grigio, qualche digradante colorato (blu, rosso, tabacco) e polarizzatore 1 o 2, ma i polarizzatori buoni costano abbastanza.